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Bolivia -
testimonianza di Don
Andrea Rabassini
16
agosto, ore 17.45. Puntuale come un orologio svizzero l’aereo tocca
terra.
Aeroporto Internazionale di Viru Viru. Non mi sembra vero!
Non s ento
né la stanchezza né quel caratteristico e fastidioso odore da
viaggio transoceanico. Sono di nuovo a casa!
Sì,
perché è questo il sentimento che mi sale dal cuore quando, di là
dalla porta a vetri, riconosco il volto di Oscar che è venuto a
prendermi e che mi attende nell’area Arrivi dell’Aeroporto.
“Sono
a casa” mi ripeto. È una sensazione bella quella che provo, una
sensazione che mi dice come quest’amicizia sia diventata, in soli
quattro anni, così forte da superare anche la distanza fisica. Così,
nell’abbraccio di Oscar e Laura e nell’accoglienza gioiosa di
William e Corinne, i miei pensieri trovano una piacevole conferma:
sono di nuovo a casa, sono ancora qui, insieme alla mia “seconda”
famiglia! E allora … Pronti? Dieci… nove… otto… inizia l’avventura!
Anche
se questa volta mi sono dovuto accontentare di un “soggiorno” di
sole due settimane, sarebbero davvero tante le cose da raccontare.
Non basterebbe la serata… anche perché, come mi è stato fatto notare
da qualche compagno di Seminario, e ora anche da qualche giovane
della mia parrocchia, quando comincio a parlare di Bolivia … non mi
fermo più.
Per
non correre questo rischio allora, mi concentrerò solo su due
aspetti, su due pensieri che ho messo
in valigia quando si è trattato di lasciare Santa Cruz per tornare
alla vita ordinaria da prete novello.
La
prima riflessione che voglio condividere con voi riguarda una
delusione.
Sì,
una delusione. Sono sempre tornato a casa da Santa Cruz con un
grande cruccio: partivo con l’idea (vana illusione) di andare a
portare qualcosa, anzi con la convinzione di dover portare chissà
che cosa, e mi ritrovavo a tornare a casa più carico e più ricco di
quando partivo. Insomma, non solo mi sembra va
di non aver dato niente, ma ero consapevole di portare via molto.
“Questa volta non sarà così!” mi sono detto prima di partire. “Vado
in Bolivia da prete: predicherò, celebrerò, farò tante cose per
loro… questa volta sì che riuscirò a lasciare qualcosa”. Illuso!
Pensavo che Gesù fosse qualcosa che si potesse portare e lasciare
lì, donare come fosse una tavoletta di cioccolato o una bottiglia di
whisky.
Pensavo
che il compito del missionario (anche se non mi reputo tale) fosse
proprio quello di “andare a portare”: uno parte col suo bagaglio di
conoscenze e di esperienze e va a riversarlo su quei “poveretti” che
non hanno niente, che non hanno nessuno che possa insegnare loro
qualcosa di bello e di importante come il Vangelo di Gesù.
Insomma, pensavo davvero di usare Gesù come “merce di scambio”.
Celebro Messa per loro, così mi “sdebito”, riesco anch’io a dare
qualcosa a loro in cambio di ciò che ho sempre ricevuto.
Ma
grazie al cielo Gesù, passatemi il termine, non “funziona” così. Il
Vangelo non funziona così! È assurdo pensare che Gesù possa essere
“qualcosa” da comunicare o da insegnare. La fede è questione
di relazione; è qualcosa di vivo e di vitale. E quando provi a
comunicarla a qualcuno, quando provi a instaurare una relazione con
una persona, con qualsiasi persona, basata sulla fede, si crea un
legame tale per cui non c’è mai uno che dona soltanto e uno che
riceve soltanto; si dona e si riceve insieme, allo stesso tempo. Si
condivide, e così facendo ci si arricchisce a vicenda.
…Questo per me ora è evangelizzare, avere anche l’umiltà di
accettare che ciò che ricevi sia e continui ad essere
molto
di più di quello che puoi dare!
La
seconda riflessione la riassumerei così: la straordinarietà del
quotidiano.
Chi
ha avuto la grazia di passare qualche giorno con Oscar e Laura a
Santa Cruz (ah, non parlo di fortuna ma di Grazia, perché di questo
si tratta: di un dono di Dio!) si sarà reso conto di come la loro
vita sia fatta di tante piccole cose che fanno parte anche del
nostro quotidiano: la casa, la scuola dei figli, i vicini che
rompono, il lavoro da portare avanti… Non sarà neppure sfuggito il
fatto che la missione non è solo “costruire cose”, avviare progetti
sempre nuovi e inventare nuove attività. La vita del missionario si
misura con i problemi legati a una burocrazia asfissiante, deve fare
i conti con imprevisti e situazioni di emergenza che è difficile, se
non impossibile, prevedere…
Insomma, la missione è fatta anche, forse soprattutto, di
quotidianità, di “ordinarietà”. Sì gioca nel qui e ora
della vita quotidiana.
E
questo è forse il lato più difficile, ma più avvincente della
missione, a Santa Cruz
come
a Milano o a Lecco: illuminare le piccole o grandi cose della vita
di tutti i giorni con la luce del Vangelo. Riuscire a far
risplendere la luce del Vangelo dentro a queste cose che
costituiscono la nostra vita di tutti i giorni. Detto altrimenti:
fare del Vangelo la nostra vita e fare della vita il Vangelo! A
Santa Cruz, a Milano, a Lecco.
Guardando alla vita di Oscar e Laura, condividendo un pezzetto della
loro vita nei giorni di permanenza in Santa Cruz, sono rimasto
affascinato dalla fede che sanno fare emergere dal modo in cui
vivono la loro missione e la loro vita; resto edificato dalla loro
capacità di rimettere giorno dopo giorno la loro missione, la loro
vita nelle mani del Signore, di quel Signore che li ha chiamati e li
ha inviati a lavorare per il suo Regno… e che ogni giorno li chiama
e li invia! Non è così per ciascuno di noi?
Questo discorso sulla quotidianità mi consente così di toccare un
ultimo aspetto che mi sta particolarmente a cuore: quello del nostro
impegno.
Mi
viene da sorridere quando penso al modo in cui, anche negli anni del
Seminario, sceglievo le proposte di carità cui destinare le mie
offerte. Generalmente la scelta cadeva sull’opera più “di impatto”:
ospedale per le
vittime
di guerre civili, scuole per bambini in zone particolarmente
disagiate, mulini, orfanotrofi, pozzi… sempre e solo costruzioni,
nuove costruzioni! Toccare con mano una realtà di
missione mi è servito per aprire gli occhi. Che ne è di tutte le
strutture costruite? Una volta aperte e avviate, chi ne garantisce
il funzionamento ordinario? Nella quotidianità, chi se ne fa
carico?
Bellissima e utilissima l’attività del centro di accoglienza. Ma chi
si preoccupa delle spese di ordinaria amministrazione? Perché,
sapete, i bambini, come direbbe il saggio italo-boliviano Sabumafù,
“hanno il brutto vizio di mangiare”… e la spesa quotidiana va
garantita.
La
legge obbliga ad avere figure professionali specializzate per
l’accoglienza delle donne e dei bambini al centro, e queste persone
hanno diritto alla loro retribuzione… potrei continuare
all’infinito.
Cosa
voglio dire? Che è sicuramente bello e gratificante sentirsi
artefici dell’opera tale o della tal a ltra
realizzazione... magari con tanto di foto o targa ricordo del
progetto sovvenzionato. Ma una
volta costruite o
avviate, queste opere vanno curate e mantenute…giorno
dopo giorno…
e chissà perché, facciamo fatica a dare il
nostro contributo per comprare, non so, la carta igienica per i
bagni del centro piuttosto che i pannolini per i bambini più
piccoli!
Perché c’è carità di serie A e carità di serie B…?!
Mi
scappa da sorridere pensando che ancora c’è qualcuno che ragiona
così! Ma la missione, parafrasando un motto del buon vecchio hermano
Oscar, è sì costruire… solo che dopo aver costruito si deve
continuare a camminare!
E per
citare un altro Grande: Chi ha orecchi intenda!
don Andrea
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