Oscar e Laura - Il Senso Di Una Scelta

Visi, paesaggi, situazioni, sensazioni e persino odori tornano vivi alla mente pensando a questi anni di missione.

E’ straordinario come la memoria, quando passa per le strade del cuore, possa tornare indietro nel tempo senza perdere nulla, anche i minimi particolari riaffiorano nitidi come se si rileggessero le pagine di un diario.

Era arrivato da un villaggio a 30 Km da Bozoum un catechista per avvisare che Marcel stava molto male e che da più di una settimana aveva una forte diarrea; in Missione tutti conoscevamo quel bambino: aveva dieci anni ed era rimasto paralizzato alle gambe cadendo da un albero di mango.

Appena saputa la notizia abbiamo preso l’auto di Padre Renato e, a gran velocità, siamo partiti per Manga. Marcel era sdraiato su una stuoia nella piccola capanna in cui viveva insieme alla nonna cieca. Non si possono dimenticare quegli enormi occhi in un viso quasi spigoloso, scavato dalla malattia che, al vederci, si era illuminato di un grande sorriso.

Non era necessario fare troppe domande, la situazione e l’urgenza erano estremamente chiare.

L’abbiamo preso in braccio così come era, avvolto in un tessuto e senza poterlo lavare, siamo risaliti nella mono-cabina dell’auto insieme a una nuvola di mosche.

Ricordiamo con particolare emozione il viaggio verso Bozoum, i discorsi con Marcel, l’Ave Maria recitata insieme, la grande speranza di salvezza che ci aveva rapito tutti e che ci aveva portato a una paradossale euforia.

Quante difficoltà, quanti momenti difficili, quante emozioni contrastanti !!!

L’Africa ci ha dato molto, ci ha regalato la sua gioia di vivere, ma soprattutto ci ha insegnato a guardare più in là, oltre la sconfitta, oltre il dolore, ci ha insegnato a “tornare come bambini”, ad abbandonarci al Padre, rimettendo tutto a Lui.

Ci sarebbero un’infinità di ricordi e aneddoti che ci piacerebbe raccontare, ma ciò che spesso ci ritorna alla mente è l’esperienza vissuta con i Padri Carmelitani di Arenzano ed in particolare con Padre Marcello e Padre Renato, che erano nella missione di Bozoum e che ci hanno accolto nella loro famiglia. Abbiamo avuto la possibilità di condividere il quotidiano con due uomini di Dio, che ci hanno mostrato con i fatti cosa significa essere suoi strumenti.

Padre Marcello a volte stupiva per la sua grande serenità, per l’infinita pazienza nell’ascoltare tutti e per la sua capacità di perdonare e dare un’altra possibilità, mentre Padre Renato era un grande organizzatore e ci ha fatto imparare che a volte bisogna avere la forza di dire di no, per far crescere la persona.

Ricordiamo con nostalgia le sere passate in veranda a parlare al lume della lanterna e tutti quei piccoli gesti che portiamo ancora nel nostro cuore.

Da un villaggio perso nella savana del Centrafrica il Signore ci ha guidato in America Latina, in una baraccopoli alla periferia di Montevideo e ci ha fatto vivere un altro volto della povertà, totalmente diverso, forse più duro.

Abbiamo conosciuto la realtà dell’emarginazione, il peso psicologico di essere e sentirsi esclusi in una città dove non è necessario percorrere grandi distanze per vedere due mondi: quello che ha il superfluo e quello che non ha neppure il minimo necessario per vivere.

Sentiamo ancora il rumore dei carretti che, di notte, quando ormai il traffico delle auto è cessato, vanno per le strade della città.

Ci sembra di rivedere Carmen, trent’anni, che di sera metteva i suoi due gemellini di cinque anni su un carretto mezzo mangiato dai tarli e lo spingeva lungo le vie principali del quartiere per raccogliere i sacchi di spazzatura, mentre i due bambini, ormai esperti, aprivano le borse di plastica e iniziavano lo smistamento dei rifiuti che continuava poi, al ritorno, fuori dalla loro baracca.

Che inverni freddi!!!  Quanta umidità!!!!

Non eravamo più abituati  e ci imbottivamo di maglioni per scaldarci un poco….

Le lamentele però cessavano quando si pensava a chi, meno fortunato, viveva in una casetta di lamiera in zone che si allagano alle prime piogge!

Ma è proprio in questo ambiente, spesso crudele e violento, che abbiamo conosciuto persone stupende, che sapevano condividere quel poco che avevano e che, nonostante le difficoltà,  continuavano a sperare.

È straordinario come proprio in situazioni tragiche si possa riconoscere la presenza di Dio e come si possa vedere la realtà in forma diversa, se illuminata dalla Sua luce.

Quante sfide! E tra esse quella che ci ha dato più soddisfazioni, la nascita delle cooperative.

Non avevamo mai fatto lavori artigianali, non eravamo ceramisti, avevamo semplicemente un grande entusiasmo e la voglia di dare una possibilità a ragazzi che, senza dubbio, non ne avevano avute tante nella vita. Grazie a queste esperienze abbiamo capito come non sia necessario essere preparatissimi per costruire qualcosa,

basta ed è essenziale crederci ed affrontare i problemi di tutti i giorni con serenità, sicuri che il Signore si preoccuperà di “moltiplicare i pani e i pesci”.

Il lavoro  con questi ragazzi, che spesso avevano alle spalle situazioni disastrose e che, a volte, avevano semplicemente bisogno di serenità, ha sottolineato l’importanza di accompagnare con un sorriso ogni gesto, ci ha dimostrato come il fare qualsiasi cosa, anche la più banale, senza aver dentro la gioia di donarla, renda effimero ogni sforzo.

Per questo ci è piaciuta l’idea di chiamare “ La Sonrisa ” (che significa Il Sorriso) il Centro di Accoglienza che in Santa Cruz dà ospitalità agli emigranti interni che si trovano in difficoltà, quando il Signore ci ha chiamato anche in Bolivia. In questa grande casa che offre un letto, cibo, cure mediche e soprattutto affetto a chi è lontano dalla propria terra e dai propri cari, stiamo cercando di mettere in pratica tutto ciò che l’esperienza maturata in questi anni ci ha insegnato. Vogliamo puntare sull’emigrante come persona, cercando di trasformare il periodo di permanenza al centro in un momento di crescita e orientamento.

Chiediamo al Signore di darci la capacità di appoggiare questa gente e soprattutto di guidarci nel lavoro con la comunità degli Ayoreos che da anni si è stabilizzata a Santa Cruz.

A volte si cade nell’errore di pensare che quelle che a noi apparentemente sembrano le necessità più urgenti, debbano corrispondere di fatto alle esigenze di queste popolazioni, che hanno una cultura e un modo di leggere la vita completamente diverso dal nostro. A volte bisogna semplicemente fare i conti con la complessità della comunità che, se da un lato significa unione, forza e tradizione, dall’altro agisce come ostacolo che si oppone a qualsiasi cambiamento. Riteniamo quindi essenziale ascoltare e condividere con loro il quotidiano, agendo con molta sensibilità.…..

Vi salutiamo pieni di entusiasmo per la missione, con la speranza di riuscire ad aiutare i più bisognosi, a cambiare un poco la mentalità che considera la migrazione unicamente come un problema sociale e non come possibile ricchezza culturale, produttiva e umana.  

Laura, Oscar, William e Corinne