Agosto 2010: Don Andrea Rabassini

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16 agosto, ore 17.45. Puntuale come un orologio svizzero l’aereo tocca terra.

Aeroporto Internazionale di Viru Viru. Non mi sembra vero!

Non sento né la stanchezza né quel caratteristico e fastidioso odore da viaggio transoceanico. Sono di nuovo a casa!

Sì, perché è questo il sentimento che mi sale dal cuore quando, di là dalla porta a vetri, riconosco il volto di Oscar che è venuto a prendermi e che mi attende nell’area Arrivi dell’Aeroporto.

“Sono a casa” mi ripeto. È una sensazione bella quella che provo, una sensazione che mi dice come quest’amicizia sia diventata, in soli quattro anni, così forte da superare anche la distanza fisica. Così, nell’abbraccio di Oscar e Laura e nell’accoglienza gioiosa di William e Corinne, i miei pensieri trovano una piacevole conferma: sono di nuovo a casa, sono ancora qui, insieme alla mia “seconda” famiglia! E allora… Pronti? Dieci… nove… otto… inizia l’avventura!

Anche se questa volta mi sono dovuto accontentare di un “soggiorno” di sole due settimane, sarebbero davvero tante le cose da raccontare. Non basterebbe la serata… anche perché, come mi è stato fatto notare da qualche compagno di Seminario, e ora anche da qualche giovane della mia parrocchia, quando comincio a parlare di Bolivia… non mi fermo più.

Per non correre questo rischio allora, mi concentrerò solo su due aspetti, su due pensieri che ho messo in valigia quando si è trattato di lasciare Santa Cruz per tornare alla vita ordinaria da prete novello.

La prima riflessione che voglio condividere con voi riguarda una delusione.

Sì, una delusione. Sono sempre tornato a casa da Santa Cruz con un grande cruccio: partivo con l’idea (vana illusione) di andare a portare qualcosa, anzi con la convinzione di dover portare chissà che cosa, e mi ritrovavo a tornare a casa più carico e più ricco di quando partivo. Insomma, non solo mi sembrava di non aver dato niente, ma ero consapevole di portare via molto.

“Questa volta non sarà così!” mi sono detto prima di partire. “Vado in Bolivia da prete: predicherò, celebrerò, farò tante cose per loro… questa volta sì che riuscirò a lasciare qualcosa”. Illuso! Pensavo che Gesù fosse qualcosa che si potesse portare e lasciare lì, donare come fosse una tavoletta di cioccolato o una bottiglia di whisky.

Pensavo che il compito del missionario (anche se non mi reputo tale) fosse proprio quello di “andare a portare”: uno parte col suo bagaglio di conoscenze e di esperienze e va a riversarlo su quei “poveretti” che non hanno niente, che non hanno nessuno che possa insegnare loro qualcosa di bello e di importante come il Vangelo di Gesù.

Insomma, pensavo davvero di usare Gesù come “merce di scambio”. Celebro Messa per loro, così mi “sdebito”, riesco anch’io a dare qualcosa a loro in cambio di ciò che ho sempre ricevuto.

Ma grazie al cielo Gesù, passatemi il termine, non “funziona” così. Il Vangelo non funziona così! È assurdo pensare che Gesù possa essere “qualcosa” da comunicare o da insegnare. La fede è questione di relazione; è qualcosa di vivo e di vitale. E quando provi a comunicarla a qualcuno, quando provi a instaurare una relazione con una persona, con qualsiasi persona, basata sulla fede, si crea un legame tale per cui non c’è mai uno che dona soltanto e uno che riceve soltanto; si dona e si riceve insieme, allo stesso tempo. Si condivide, e così facendo ci si arricchisce a vicenda.

…Questo per me ora è evangelizzare, avere anche l’umiltà di accettare che ciò che ricevi sia e continui ad essere molto di più di quello che puoi dare!

La seconda riflessione la riassumerei così: la straordinarietà del quotidiano.

Chi ha avuto la grazia di passare qualche giorno con Oscar e Laura a Santa Cruz (ah, non parlo di fortuna ma di Grazia, perché di questo si tratta: di un dono di Dio!) si sarà reso conto di come la loro vita sia fatta di tante piccole cose che fanno parte anche del nostro quotidiano: la casa, la scuola dei figli, i vicini che rompono, il lavoro da portare avanti… Non sarà neppure sfuggito il fatto che la missione non è solo “costruire cose”, avviare progetti sempre nuovi e inventare nuove attività. La vita del missionario si misura con i problemi legati a una burocrazia asfissiante, deve fare i conti con imprevisti e situazioni di emergenza che è difficile, se non impossibile, prevedere…

Insomma, la missione è fatta anche, forse soprattutto, di quotidianità, di “ordinarietà”. Sì gioca nel qui e ora della vita quotidiana.

E questo è forse il lato più difficile, ma più avvincente della missione, a Santa Cruz come a Milano o a Lecco: illuminare le piccole o grandi cose della vita di tutti i giorni con la luce del Vangelo. Riuscire a far risplendere la luce del Vangelo dentro a queste cose che costituiscono la nostra vita di tutti i giorni. Detto altrimenti: fare del Vangelo la nostra vita e fare della vita il Vangelo! A Santa Cruz, a Milano, a Lecco.

Guardando alla vita di Oscar e Laura, condividendo un pezzetto della loro vita nei giorni di permanenza in Santa Cruz, sono rimasto affascinato dalla fede che sanno fare emergere dal modo in cui vivono la loro missione e la loro vita; resto edificato dalla loro capacità di rimettere giorno dopo giorno la loro missione, la loro vita nelle mani del Signore, di quel Signore che li ha chiamati e li ha inviati a lavorare per il suo Regno… e che ogni giorno li chiama e li invia! Non è così per ciascuno di noi?

Questo discorso sulla quotidianità mi consente così di toccare un ultimo aspetto che mi sta particolarmente a cuore: quello del nostro impegno.

Mi viene da sorridere quando penso al modo in cui, anche negli anni del Seminario, sceglievo le proposte di carità cui destinare le mie offerte. Generalmente la scelta cadeva sull’opera più “di impatto”: ospedale per le vittime di guerre civili, scuole per bambini in zone particolarmente disagiate, mulini, orfanotrofi, pozzi… sempre e solo costruzioni, nuove costruzioni! Toccare con mano una realtà di missione mi è servito per aprire gli occhi. Che ne è di tutte le strutture costruite? Una volta aperte e avviate, chi ne garantisce il funzionamento ordinario? Nella quotidianità, chi se ne fa carico?

Bellissima e utilissima l’attività del centro di accoglienza. Ma chi si preoccupa delle spese di ordinaria amministrazione? Perché, sapete, i bambini, come direbbe il saggio italo-boliviano Sabumafù, “hanno il brutto vizio di mangiare”… e la spesa quotidiana va garantita.

La legge obbliga ad avere figure professionali specializzate per l’accoglienza delle donne e dei bambini al centro, e queste persone hanno diritto alla loro retribuzione… potrei continuare all’infinito. Cosa voglio dire? Che è sicuramente bello e gratificante sentirsi artefici dell’opera tale o della tal realizzazione… magari con tanto di foto o targa ricordo del progetto sovvenzionato. Ma una volta costruite o avviate, queste opere vanno curate e mantenute… giorno dopo giorno… e chissà perché, facciamo fatica a dare il nostro contributo per comprare, non so, la carta igienica per i bagni del centro piuttosto che i pannolini per i bambini più piccoli!

Perché c’è carità di serie A e carità di serie B…?!

Mi scappa da sorridere pensando che ancora c’è qualcuno che ragiona così! Ma la missione, parafrasando un motto del buon vecchio hermano Oscar, è sì costruire… solo che dopo aver costruito si deve continuare a camminare!

E per citare un altro Grande: Chi ha orecchi intenda!

don Andrea

 

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